Erri De Luca – Il peso della farfalla

di jaxxalude

Fin da ragazzino ho sempre preferito andare al mare piuttosto che in montagna; al mare c’era vita, calore, confusione, c’erano migliaia di ragazzi come me con cui divertirmi tra mille distrazioni; c’era la sabbia su cui praticare sport di ogni tipo o lanciarsi i gavettoni, c’era l’attrazione dei corpi femminili, l’erotismo dei segni del costume, c’era la musica tutta la notte, c’era una spiaggia dopo l’altra, ognuna con il suo nome o il suo numero di riferimento, c’erano le nuotate e i  giri  in pedalò, c’erano gli appuntamenti a ogni ora e in ogni luogo. Nella mia visione di ragazzino la montagna rappresentava invece il contrario, il silenzio, lo scorrere lento dei secondi mentre osservavo il panorama; in montagna regnava la solitudine e le azioni lasciavano posto alle riflessioni; la mia voglia di fare, di ragazzino, veniva soppressa da una  noia immobile, dai discorsi degli anziani cui piuttosto preferivo la televisione; la montagna era il lento camminare con fatica verso un posto sconosciuto, origine di insofferenza, era il vento freddo che arrivava verso sera, quando il sole scompariva sempre troppo presto dietro le cime; la notte era una prigione oscura, priva di luce, dominata dalle tenebre; la montagna era la routine che non cambiava mai.  

Oltrepassati i trent’anni, mi ritrovo a leggere Il peso della farfalla di Erri De Luca, su consiglio di Elena, e d’un tratto ritrovo la bellezza perduta, ritrovo il fiorire di quei germogli che il tempo passato in montagna aveva sedimentato dentro di me; le infinite percezioni, i differenti odori di ogni pianta, fiore o albero, la curiosità degli insetti, la paura che un serpente sbuchi da sotto un sasso, gli impatti visivi di alcuni scorci interminabili, la moltitudine di sottili rumori indecifrabili; riga dopo riga tutti i segreti che quei territori nascondevano si svelano dentro di me e un tripudio di sensazioni vissute in passato riaffiora, a distanza di anni, come se dentro di me la natura avesse conservato intatto il suo codice.

 “Il peso della farfalla” è una sorta di favola per adulti, è il tempo di una escursione lungo sentieri montani. Un grande camoscio, re del branco, e un anziano cacciatore, il migliore nel territorio, sono i due protagonisti. Si conoscono perché il  cacciatore insegue l’animale da molti anni, mentre il camoscio percepisce il suo odore fin dal giorno in cui uccise sua madre. Entrambi esseri solitari, condividono lo stesso ambiente e si rifugiano nel bosco, che conoscono a memoria. Studiandosi ormai da tempo, sanno di avere molto in comune, persino la morte, che presto li accoglierà tra le sue braccia. Il re dei camosci infatti non ha più voglia di affrontare gli altri simili per mantenere la supremazia sul branco e il cacciatore, ormai stanco, vuole l’ultimo trofeo, il ciuffo che nasce sulla schiena del re.

In una fredda mattina di Novembre il destino li fa incontrare. Il camoscio sorprende il cacciatore alle spalle, lo punta, potrebbe scaraventarlo giù dal dirupo, ma non è questa la sua intenzione: vuole dimostrare la sua supremazia risparmiandolo; così lo evita e raggiunge il branco. A quel punto il cacciatore spara la sua ultima pallottola e impietosamente lo trafigge. Tuttavia non prova gioia per questo suo bramato trofeo e quando scende per  raccoglierlo, l’ammirazione per l’animale è così grande che, sopraffatto dalla malinconia, decide di dargli degna sepoltura; lo carica sulle spalle e inizia a camminare; il camoscio è pesante, il respiro sempre più corto. Sarà il peso della farfalla, che da sempre usava un corno del camoscio come casa, a decretare anche la fine dell’uomo.

“Rimase in piedi con la bestia addosso a sentire se il corpo ce la faceva. Una farfalla bianca volò incontro e intorno. Ballò davanti agli occhi dell’uomo e le palpebre gli vennero pesanti. Le gerle piene di legna, le bestie portate sulle spalle, gli appigli tenuti con l’ultima falange delle dita: il carico degli anni selvatici gli portò il conto sopra le ali di una farfalla bianca. Guardò il volo spezzato che gli girava intorno. Dalla spalla pendeva la testa rovesciata del camoscio. Il volo andò a posarsi sopra il corno sinistro. Stavolta non poté scacciarla. Fu la piuma aggiunta al carico degli anni, quella che lo sfascia. S’incupì il respiro, le gambe s’indurirono, il battito di ali e il battito del sangue si fermarono insieme. Il peso della farfalla gli era finito sopra il cuore, vuoto come un pugno chiuso. crollò con il camoscio sulle spalle, faccia avanti.”

Erri De Luca (Napoli, 1950) è uno scrittore, traduttore e poeta italiano.